IL TRIONFO DEL TEMPO 

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«O Love, my love, had you loved but me!»
A. C. SWINBURNE

Foglie deserte hanno riempito l’aria;
un certo effluvio noto e penetrante
rende profondo e morbido il rumore
del vento che discende giù dagli orti,
e questo suono spento dei miei passi
sopra i vecchi sentieri trascurati.

Questa è l’ultima volta, l’ultima volta,
gentili labirinti di una villa,
che coprirete il nostro amore estinto
con rami di eucalipto e di cipresso;
in nessun altro luogo piangerò:
la mia pena sarà un vostro segreto.

Dopo divideremo le nostre anime;
oggi però che ancora sono unite,
si può discorrere per questi viali
oscurati dall’ombra delle palme.
Prima di separarci come estranei
pensiamo a questo trionfo degli anni

Prima di essere due anime sperdute
che conservano un fiore scolorito
nell’inconcluso libro della vita,
e nelle lunghe sere sedentarie
aspirano un profumo inesistente
sopra il suo testo triste, oscuramente.

Parliamo di quei giorni custoditi
dalle sculture delle gallerie
e dai primi lillà; si di quei giorni
di chiari firmamenti vellutati
dove immortale e estatico vedevo
il tuo viso che è uguale all’armonia

Che commovente era la tua bellezza,
che adesso il roseo tramonto accende!
O amore, amore, perché hai sigillato
questi occhi con un marchio di tristezza,
perché non possa più contemplarti,
cieco di luce, furente di amarti!

Perché le nostre vie non si allacciarono,
con quei solchi doppi nella sabbia
che il passo degli amanti concatena
con tratti permanenti, incancellabili?
Perché non fummo in questo mondo breve
l’unica cosa che non può cambiare?

Mai più passeggeremo nella notte
per le strade deserte e profumate,
né si uniranno le ombre prolungate
delle nostre due mani sotto gli alberi
che un vespertino fremito agitava.
Come ferisce la malinconia!

Sarebbe stato il mondo ben diverso
se tu mi avessi amato. Ormai non più
ti riconoscerai in un giardino
o nell’acqua ondulata di una fonte;
né ammirerai i giorni disuguali,
né l’orma della pioggia sui cristalli.

E io non alzerò più la faccia al cielo,
non potrò più guardarlo se non mi ami;
inutilmente si uniranno i rami
e muoveranno un ombra vacillante,
perché quell’ombra non esisterà
quando tu bacerai un altro amante.

Vedi, la sera mi offre i suoi colori
per circondare un’ultima visione
del tuo volto fra gli alberi del parco;
così ti evocherò, accanto ai fiori,
e qui, dove ti amai teneramente
nel tuo splendore resterai presente.

Ma questa mano, al sole luminosa
come il verde fogliame trasparente,
non sentirà mai più ciò che ora sente
fra le tue; neppure in una rosa
dai petali sbocciati, né in un fiume
che scorre lentamente nell’estate.

Né le mie labbra che ora si socchiudono
davanti ai ruderi del mio amore
sapranno ritrovare altra versione
di quei nostri crepuscoli inesperti,
delle conversazioni accanto a un piano
nelle notti tranquille di gennaio.

La luna morirà e rinascerà
tante volte davanti alla mia porta,
e una terrazza incontrerà deserta
dove il tuo nome tuttavia sta,
in mezzo all’edera, in un posto scuro,
scritto con la matita sopra un muro.

Si, gli amori non durano in eterno,
sono effimeri vincoli mortali;
ma noi, essenzialmente spirituali,
noi avremmo potuto liberarci
da ciò ch’è perituro, per rinascere
con uguale fervore e uguale essere.

I passi immemorabili dell’uomo
non lasceranno una traccia che il vento
non possa cancellare; ogni suo gesto
è intessuto nell’aria inafferrabile;
non resteranno le sue circostanze,
né ritratti, né voci, né timori.

Talvolta, della furia sonnolenta
dove i regni sprofondano e l’onore,
resta a stento il volto dell’amore
come un fantasma sopra la tempesta,
che nessuna materia può turbare
perché è di sua natura perdurare.

Ma tu, che in una aureola iridata
mi offri la tua bellezza primordiale,
hai scostato lo sguardo dal cristallo
dove ci avrebbero visti, riflessi,
fra tutte le rovine degli uomini
unire sopra un nastro i nostri nomi.

Tu hai rifiutato l’immortalità;
sempre sarai, accanto a quel balcone,
l’ispirazione che fra questi versi
passa all’eternità priva di nome;
e nei cicli del tempo ignoreranno
chi fosti, le persone che verranno.

Io solo, che contemplo la tua grazia
in questa sera rosa che finisce,
e che ora mi inginocchio, all’ improvviso,
come un antico amante in una statua,
come Tristano, che guardava il mare,
io solo ti vedrò senza cambiare.

Il sole è tramontato sulle case
e il sereno discende lentamente;
vieni a evocare una passione assente,
i dialoghi pausati nei giardini,
la forma delle foglie sul tuo viso.
Come se non ci separasse niente.

Juan Rodolf Wilcock

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 Elio Pecora e Wilcock

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“J. Rodolfo Wilcock veniva dall’Argentina, dove era nato, a Buenos Aires, nel 1919. Legato al gruppo che faceva capo a Borges e a Victoria Ocampo, laureato in Ingegneria, autore precocissimo di versi in spagnolo, approdò in Italia nei primi anni Cinquanta, collaborò a «Il Mondo» di Pannunzio e al «Tempo Presente» di Chiaromonte, fu critico teatrale de «L’Espresso», fu Kaifa nel Vangelodi Pasolini, pubblicò racconti e romanzi molto singolari per qualità di scrittura e per vivezza inventiva (che hanno influenzato più di uno dei narratori venuti dopo, ma tutti dimentichi del loro debito). Scrisse numerose commedie, tradusse Joyce e Marlowe, Shakespeare e Shiele fra tanti altri e con esiti più che notevoli. Un volumetto di Adelphi, pubblicato nel 1980 – due anni dopo la sua morte avvenuta nel 1978, il 16 marzo, giorno del rapimento di Moro – riunisce i suoi libri italiani di poesia, comprese le Poesie spagnole, anteriori alla sua venuta in Italia e tradotte da lui stesso.

Nel 1961, nella mondadoriana Biblioteca delle Silerchie del Saggiatore, appare Luoghi comuni. Nella nota introduttiva si avverte sapidamente: «La sua [di Wilcock, nda] soluzione personale può essere questa: offrire al lettore in buona fede un gomitolo molto agevole, e anche divertente, da dipanare; dare al critico, ambizioso di mettere in luce il “processo” creativo, molto filo da torcere». Per l’edizione adelphiana Roberto Calasso, in quarta di copertina, coglie «un inaudito timbro agrodolce immesso nella lirica italiana».

L’autore argentino, fattosi italiano, ha ricchezza di umori e strumenti di conoscenza ampissimi. La sua intelligenza è avida fino alla spietatezza e allo spasimo, la sua visione del mondo è allo stesso tempo crudele e tenera. È fra i primi a leggere Wittgenstein; nota dominante della sua scrittura è l’attenzione alla parola «corrosa e depravata dall’uso comune ». Già nella sua prima raccolta in spagnolo ammette la fatica estrema che deve affrontare chi pretende di esprimersi: «Senza la sistematica riconquista del dizionario è probabile che il letterato non diventi mai libero proprietario della lingua, bensì condomino, assieme ai più sprovveduti dei suoi compagni, di un mero gergo». In Luoghi comuni si lascia a ritmi e a rime fra i più antichi e proibiti, fa della parola un uso fin troppo semplice all’apparenza, ma per struttura e sostnza fra i più complessi. Inventa una sua genesi, a metà fra il gioco e la preghiera, ponendo l’uomo-poeta a testimone e cronista: «Il poeta solitario fisicamente contento, / passeggia per le strade come Adamo il primo giorno, / guardando attorno al suo nuovo soggiorno / e inserendolo nel suo ragionamento, / mentre ascolta le voci più o meno profonde / con cui il mondo a se stesso risponde». Attribuendo poi alla parola poetica l’ultimo e il più verace degli esiti, da uomo di matematiche, afferma: «Nonostante i trionfi della scienza applicata / gli strumenti migliori per osservare l’universo / sono ancora la penetrante lampada del verso, / la musica, la voce di una gola privilegiata». Dunque l’anima è legata indissolubilmente al corpo «inadeguato» che pure ne è la «cagione » e «l’indissolubile dimora».

Testi

Da: J. Rodolfo Wilcock, Luoghi comuni, Milano, Il Saggiatore, Biblioteca delle Silerchie, Vol. LXII, 1961.

Luoghi comuni

1.

Ogni mattina all’alba questa luce di viole
suscitando profumi nei giardinetti immobili
si riversa dai tetti sulle prime automobili
e accende i vetri rotti sparsi fra le aiuole;
sugli alberi gli uccelli che dormivano tranquilli
si svegliano e si salutano con delicati strilli.
E’ il momento migliore del mondo materiale
che rinasce lavato dalla notte spirituale.
Dai rami polverosi scende qualche soffio di vento
e il poeta solitario, fisicamente contento,
passeggia per le strade come Adamo il primo giorno,
guardando attorno al suo nuovo soggiorno
e inserendolo nel suo ragionamento,
mentre ascolta le voci più o meno profonde
con cui il mondo a se stesso risponde.

3.

Forse l’anima è divina, ma non è indispensabile
quanto il corpo in cui dimora e ch’è la sua cagione.
Dalla prima infanzia in poi questo corpo è la prigione
dell’anima che fermenta come una massa malleabile
per finalmente impietrirsi nelle forme più strane,
dall’uccello melodico fino alle peggiori iguane;
ma sempre scomodissima perché non riesce a uscire
da un corpo inadeguato e sempre meno forte,
il che provoca disordini difficili da guarire,
le complicate nevrosi che accelerano la morte.

6.

Nonostante i trionfi della scienza applicata
gli strumenti migliori per osservare l’universo
sono ancora la penetrante lampada del verso,
la musica, la voce di una gola privilegiata,
oppure nella penombra delle candele sparse
il pulpito cosmatesco di diorite incrostata;
qualsiasi luce indicante dove un pensiero arse,
semplici torce o splendidi lampadari,
monasteri carpatici tra i boschi secolari,
rune d’Islanda con principi bruschi,
falli d’ambra nella foresta, sarcofaghi etruschi.
Alla luce di questi lumi l’uomo si muove più sicuro,
vede i tramonti, vede le rive del mare,
e pronuncia parole il cui senso oscuro
gli si comincia infine a rivelare.

Epitalamio

3. Preghiera al caso

«Possa tutto mutare e non mutarci;
che i nostri cambiamenti siano identici,
le nostre morti simultanee.»

Dev’essere un dolore intollerabile
sentir cessare la felicità.

5. Giardino botanico

Ti ricordi quell’albero diletto,
cielo dei pomeriggi verdi e gialli?
Era una quercia, era ospitale ed era
come un albergo variamente inciso
dagli avventori di altre primavere.
Noi non vi abbiamo scritto il nostro nome;
eppure quando tutto sarà morto
non rimarrà il ricordo di due ombre
che un giorno si baciavano le mani,
anche se le ombre non sono più quelle?
Le domande retoriche non trovano risposta.
Per meglio rivederti mi allontano:
così giovane, come una barca al sole.

Temi

1.

Tutto vedi mutare intorno, sole;
tranne i due poli della tua sfera
vedi ogni cosa giungere alla fine,
la prima Roma e quelle successive,
Stalin ed Antinoo, la falsa Elena
d’Egitto, i passeggeri del Titanic;
prima del tempo hai visto Andromeda
sistemarsi nel cielo, e la colomba
sui cedri sgocciolanti di Ararat;
tutto vedi morire, anche gli dèi.
Ed io vedo te; anch’io duro,
sono lo spirito e contemplo in pace
le tue notti e i tuoi giorni rotatori
come un’elica. Si ergono fra noi
alberi calmi: io penso, e tu consenti
che in un giardino presso il mare un altro
immortale si dica: ho tempo ancora.

2.

Talvolta ho visto alberi secchi che irti
sul tramonto imitavano
il fogliame degli alberi viventi.
Esuli, ignorano l’estate glauca
e a poco a poco li distrugge il vento.

3.

Questo silenzio che da me dipende,
echeggia pure d’infiniti dèi;
ci sono mille mondi sovrapposti
presso quell’albero fra gli alti cardi,
e questa foglia che mi vola innanzi
può sconfiggere un uomo, cancellare
un verso millenario, essere un sogno;
i mille dèi stanno a guardare l’albero
e ognuno vede un mondo, e non si vedono.

4.

Come quell’erte brulle, roccia nuda
dove l’erba che aprile ha suscitato
l’aridità d’agosto non consente,
né l’elitra vetrosa dell’insetto
svolazza morsa dall’uccello assente,
è il pensiero dell’uomo finché amore
con la sua grazia azzurra e gialla e rosa
non vi si posa.

***

Da: J. Rodolfo Wilcock, Poesie spagnole, prefazione e traduzione dell’autore, Parma, Ugo Guanda Editore, 1963.

Undici sonetti

2.

Nella mattina fresca
(Parla una colomba)

Nella mattina fresca ambulativa
sorvolai un isolotto fangoso;
gli ulivi brillavano, e in un pozzo
tre morti galleggiavano supini.

Portai un ramo nella nauseante stiva;
entrai sul capo di un tapiro o un orso
e con voce di bestia proclamai
«Il mobile acqueo all’Ararat arriva».

«Presto usciremo, bestie naviganti,
senza ricordi di questa società
che tante nausee ci produsse prima».

Come nel carcere, la promiscuità
creò legami che si scioglieranno
quando la stalla in terra andrà dispersa.

3.

A te penso di notte

A te penso di notte, anima cara;
nella penombra chiudo gli occhi e sento
il costellato e favoloso vento
dell’etere che cade e mi trascina;

l’etere siderale in cui sospinta
ti unisti al mio arbitrario movimento,
anima di così puro sentimento,
e in ogni istante di pietà vestita.

Penso: il premio di averti conosciuta
è per qualcosa che non ho fatto ancora
e che un gran dio aspetta con orgoglio;

un dio che rimunera in anticipo
permettendo che sia un mero umano
eternamente, eternamente tuo.

7.

E’ il fondo del mare

E’ il fondo del mare, è un cristallo
azzurro e ondeggiante in cadenzati
flutti scuri di foglie e di rose
che oscillano nell’aria immateriale.

E la luna discende a una sorgente;
la rugiada, gli uccelli silenziosi,
i nastri abbandonati dalle dee
in mezzo all’erba, oh notte spirituale,

alto tetto di stelle, firmamento
sopra la tenuità dell’universo,
ambito donde nasce ogni pensiero!

Indistinto tra le ombre sono un’anima;
coricato per terra mi disperdo
nelle ondulazioni della calma.

A te penso di notte

A te penso di notte, anima cara;
nella penombra chiudo gli occhi e sento
il costellato e favoloso vento
dell’etere che cade e mi trascina;

l’etere siderale in cui sospinta
ti unisti al mio arbitrario movimento,
anima di così puro sentimento,
e in ogni istante di pietà vestita.

Penso: il premio di averti conosciuta
è per qualcosa che non ho fatto ancora
e che un gran dio aspetta con orgoglio;

un dio che rimunera in anticipo
permettendo che sia un mero umano
eternamente, eternamente tuo.

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Juan Rodolfo Wilcock

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IL GENIO DELLA SPREZZATURA
Di Juan Rodolfo Wilcock

Juan Rodolfo Wilcock è stato un poeta e scrittore argentino naturalizzato italiano. Amico di Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges, arriva in Italia nel 1955 dove stabilisce definitivamente nel 1957, prima a Roma, successivamente a Lubriano fino alla sua morte, il 16 marzo del 1978.

Scrittore, poeta, critico letterario, l’opera di Wilcock è poliedrica ed eclettica. Dalle poesie, prima in spagnolo e poi in italiano, ai racconti, i saggi. Lui, ingegnere e poeta, con una prosa ironica e colta, che racchiude fin dalle prime righe il senso di un’intuizione quasi geometrica, affilata e tagliente.

«Wilcock ha il privilegio della solitudine, un privilegio intollerabile in ogni forma di società, figuriamoci in quella letteraria, che infatti, non riuscendo a inserirlo in nessuna scuderia, ha preferito dimenticarsene e passare ad altri scrittori più docilmente storicizzabili».

http://exconventolive.it

***

Wilcock, iconoclasta solitario

Gabriele Gimmelli

“Sarà esistito davvero?”: è questa la domanda che mi faccio sempre ogni volta che chiudo un suo libro. Sarà esistito veramente Juan Rodolfo Wilcock, o è soltanto un personaggio partorito dalla fantasia di qualcun altro? Prima ancora che uno scrittore (Adelphi, suo editore storico, sta pian piano ristampando in edizione economica tutte le sue opere), Wilcock è in effetti un gran personaggio letterario. Anche per questo non mi ha sorpreso più di tanto ritrovarlo fra le pagine del non-fiction novel di Sandra Petrignani Addio a Roma (Neri Pozza, 2012), indispensabile regesto di aneddoti sulla Roma delle Arti e delle Belle Lettere a cavallo del mezzo secolo.

Il “personaggio-Wilcock” possiede innegabilmente un suo pittoresco fascino, a cominciare dalla scelta di vivere nell’estrema periferia capitolina, in un fabbricato anonimo di via Demetriade, fra la Tuscolana e l’Appia Nuova: un appartamento che l’amico Elio Pecora definiva «barocco, pieno di libri, di polvere e peli di cane» e dove Sebastiano Vassalli ricordava d’aver preso anche le pulci («e non fu cosa facile debellarle»). Né passava inosservata la sua aria da dandy straccione, con gli abiti acquistati di seconda mano e un laccio da scarpe al posto della cravatta: «Un gioco di parole: fra callo e collo», come egli stesso spiegò a una perplessa Ginevra Bompiani. 

 

Wilcock interpreta Caifa ne “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, 1964.

E ancora: Wilcock, l’intellettuale dalla cultura cosmopolita (nato a Buenos Aires da padre inglese e madre svizzero-italiana); l’ingegnere con incorporata la vocazione alla scrittura (come vuole la tradizione: Musil, Gadda…); il giovane protetto della triade Borges-Ocampo-Bioy Casares; il poeta che, nonostante la promettente carriera letteraria in patria, abbandona l’Argentina a metà degli anni Cinquanta. Celebri le parole che rivolse, prima di imbarcarsi, all’amico scrittore Héctor Bianciotti: «Se non te ne vai subito da questo Paese sei perduto per sempre. C’è una nave che parte per l’Italia tra venticinque giorni, non è cara. Io la prenderò». 

Anche se quello di Wilcock si sarebbe ben presto rivelato un esilio nell’esilio (persino la cittadinanza gli venne concessa postuma), lui fece comunque della lingua italiana la propria patria letteraria, lasciando memorabili versioni di scrittori anglofoni – autori tutt’altro che agevoli, dall’amatissimo Joyce (pagine scelte dal Finnegans Wake, recentemente raccolte dal wilcockiano Edoardo Camurri e pubblicate da Giometti & Antonello), a Flann O’Brien (Una pinta d’inchiostro irlandese). 

Importanti le sue incursioni nella pubblicistica: Il puntoIl MondoLa voce repubblicanaL’espresso. Su Il puntoteneva una rubrica dal titolo sfacciatamente borgesiano (“La biblioteca di Babele”), in cui, al posto dei libri da leggere, (s)consigliava quelli “da non leggere”. Inutile precisare che si trattava perlopiù di titoli inesistenti. Qualcosa di analogo fece su Il Mondo di Mario Pannunzio, ove tra l’altro già pubblicava velenossissimi elzeviri sulla società letteraria degli anni Sessanta. Secondo Roberto Calasso, Wilcock sostituì per un certo periodo Nicola Chiaromonte come critico teatrale. Ma, poiché «andare a teatro lo annoiava profondamente», s’inventava di sana pianta gli spettacoli da recensire. Particolarmente apprezzate erano le regie del catalano Llorenz Riber, che era arrivato a mettere in scena le Ricerche filosofiche di Wittgenstein e che finì divorato da un leone nei pressi di Fort Lamy, nel Ciad, in circostanze che l’autore tiene a definire «ancora oscure».

Questa di Riber è una delle trentasei “voci” biografiche de La sinagoga degli iconoclasti, che Wilcock pubblica nel 1972 per Adelphi. Intervistato dalla Rai qualche tempo dopo l’uscita del libro, egli lo descrive come «una collezione di scienziati fasulli… Li ho presi abbastanza sul serio, non ho preso in giro nessuno. Tutte le teorie si possono perdonare. Se legge una storia della scienza, vedrà che tutti i più grandi filosofi hanno proposto teorie che stanno più o meno sull’orlo del ridicolo…».

Libro amatissimo da Roberto Bolaño, che a quanto pare vi ricavò lo spunto iniziale per il suo La letteratura nazista in America, più che nel solco delle Finzioni di Borges (riferimento tanto ingombrante quanto ovvio), La sinagoga sembra volersi collocare a modo suo in quello delle Vite immaginarie narrate da Marcel Schwob: brevi biografie tracciate con l’impassibile rigore filologico del compilatore di epitomi. Uno stile che, in questo caso, contribuisce ad acuire la sensazione di vertigine: pagina dopo pagina, il lettore si rende conto che il contenuto riportato dalle singole voci fa decisamente a pugni non soltanto con la logica, ma anche con le più elementari leggi della fisica. A confondere ulteriormente le acque, ci si mette una nota conclusiva di Wilcock, che avverte il lettore di come alcune di quelle biografie siano state ricavate da testi del tutto attendibili come In the Name of the Science (Nel nome della scienza, 1957) di Martin Gardner; e di come altre siano ispirate a personaggi realmente esistiti, incluso un bisnonno italiano dell’autore. Nel frattempo, però, noi ci siamo innamorati di personaggi come Aaron Rosenblum, deciso a riportare indietro le lancette del progresso umano fino all’Età Elisabettiana; come Roger Babson, fondatore dell’istituto scientifico più inutile del XX secolo, dedicato alla ricerca della sostanza «capace di isolare e annullare la forza di gravità»; o come Klaus Nachtknecht, «geologo tedesco di nessuna fama», il quale, convinto che «nulla giova alla salute come vivere sopra un vulcano», si impegnò nell’impresa di costruire una catena alberghiera alle falde dei vulcani attivi di mezzo mondo e perì sotto un’eruzione nel 1924.

Libro “gemello” della Sinagoga è Lo stereoscopio dei solitari, pubblicato nel medesimo anno dal medesimo editore e riedito in edizione economica pochi mesi fa. L’autore lo presentava come «un romanzo con settanta personaggi principali che non s’incontrano mai». Più che romanzo in senso canonico, è una serie di frammenti che sembrano quasi ricavati da narrazioni più ampie (inizi in medias res, conclusioni sospese, tronche, impreviste) e che tuttavia risultano compatti, completi in ogni loro parte – esattamente come le immagini stereoscopiche riuscivano a riprodurre, su scala ridottissima, interi mondi: favolosi scenari tridimensionali che facevano sognare la piccola borghesia europea del XIX secolo.

Nello stereoscopio di Wilcock, però, non c’è più posto per la meraviglia. Per quanto le sue prose siano disseminate di personaggi biblici (L’angelo), classici e mitologici (Il centauroMedusa, La sirena), tutti risultano in qualche modo degradati, anacronistici. Solitari, appunto: ultimi superstiti non soltanto di una ipotetica “età dell’oro”, ma anche di una letteratura che non esiste più – se non sotto forma di parodia o di trivializzazione. Come nel racconto L’aruspice, nel quale l’indovino del titolo, ridottosi a leggere il futuro frugando nelle viscere dei polli d’allevamento («notoriamente imprecisi nelle loro indicazioni»), deve oltretutto fare i conti con il proprio stipendio d’impiegato ministeriale. O come ne Il vanesio, in cui Wilcock traccia il ritratto di Fanil, che «ha la pelle e i muscoli trasparenti, tanto che gli si vedono i diversi organi del corpo, come rinchiusi in una vetrina». Ma tutto questo non sembra meravigliare nessuno. Anzi, scrive Wilcock, «riesce estremamente spiacevole», poiché Fanil non fa che «mettere in mostra» la sua peculiarità: «Invece di nasconderla, se ne vanta […] come se dopotutto non avessimo tutti un cuore, uno stomaco e due polmoni». 

Nel disincantato universo wilcockiano, gli effetti di mise en abyme e altri trucchi non producono alcuna magia, ma soltanto allucinazioni, disagio e inquietudine. Se l’idea di base del racconto I cani da esca può ricordare certe sequenze dei cartoons di Tex Avery, col malcapitato di turno sballottato fuori e dentro il fotogramma, Wilcock sceglie di descriverla dal punto di vista del protagonista. Al riso si sostituisce inevitabilmente l’angoscia di qualcuno costretto a vivere «come un naufrago che si appiattisce sul suo scoglio viscido […] aggrappato alle tre dimensioni di ogni giorno per paura di scivolare della quarta». Il mondo narrativo dello Stereoscopio non conosce possibilità d’uscita. Le uniche vie di fuga sono l’autosegregazione, anche a rischio della vita (Nel buio) o la follia. In uno dei racconti a mio avviso più belli della raccolta, Liberazione, il protagonista si sottopone di sua sponte a una serie di pratiche lobotomizzanti: anche in questo caso, gli accenti comici, per certi versi affini al cinema di René Clair (la cerimonia funebre messa a soqquadro con un lancio di carciofi, il salmone servito a tavola con ripieno di polvere pirica) finiscono via via raggelati da uno sguardo “scientifico”, alla Raymond Roussel, privo di empatia e di enfasi. Quello di Wilcock è un comico che non fa ridere.

Da dove Wilcock estragga questa comicità negativa non è facile dirlo. Una possibile lettura potrebbe partire dal rifiuto – ovviamente aristocratico e venato di misantropia – della contemporaneità. Ne è un esempio il bozzetto Gli amanti, nel quale il tema dell’amore libero (siamo agli inizi degli anni Settanta) viene declinato nell’orrida immagine dei due protagonisti, intenti a divorarsi l’un l’altra: «Anestetizzati dal desiderio, si strappano grossi pezzi di carne con i denti […] si bevono l’un l’altro il sangue; poi, sazi, fanno di nuovo l’amore, come possono […] Non sono belli a vedersi, certo, insanguinati, dilaniati, appiccicosi; ma il loro amore è al di sopra delle convenzioni». Un’indole da “moralista darwiniano” che sfocia addirittura nell’apocalittico con l’ultimo racconto Le forme nuove, quasi un referto su una palingenesi nucleare prossima ventura che, una volta cancellata l’umanità, darà origine a nuove forme di vita «molto ardue da descrivere nei termini che si usavano prima della fine del mondo». 

Un’altra lettura possibile coinvolge invece lo stesso Wilcock e la sua condizione di marginale, di «ospite assai singolare della nostra letteratura – per non dire un alieno» (così lo presentava Adelphi all’epoca dell’esordio). Quanto c’è di autobiografico in questi ritratti di singolarissimi dropout? Penso a quei racconti che alludono in modo scoperto alle tare della società letteraria dell’epoca (La lettrice, in cui una gallina viene assunta come consulente editoriale; Le bambole, che assimila gli scrittori a pupazzi), e che costituiscono quasi una riscrittura “poetica” delle cronache letterarie raccolte ne Il reato di scrivere. Proprio in quest’ultimo libretto (una silloge edita da Adelphi, ancora per la cura di Camurri), all’interno di un testo intitolato Illusione e critica, Wilcock sembra far luce sulle componenti “autobiografiche” della propria scrittura. 

«Per due motivi noti di carattere biologico (il sesso e la nutrizione)», scrive, «siamo costretti a sopportare l’esistenza, la vicinanza e perfino il contatto di esseri contrari alla nostra ragione; questi esseri vengono genericamente chiamati gli altri». La felicità e il privilegio dei grandi scrittori consiste perciò nel sostituire «le orribili (perché incomprensibili e incomprensive) persone che ci circondano con esseri immaginati, comprensibili e comprensivi, dunque piacevoli». Forse è proprio questo che spinge Wilcock a prendere sul serio i folli scienziati della Sinagoga, a raccogliere vite di reietti nello Stereoscopio: creare un mondo a propria (dis)misura, alla maniera di Lewis Carroll (il quale, ricorda Wilcock, riusciva a concepire «la vita alla stregua di un dialogo fra una tartaruga e un termometro»). Al tempo stesso, l’opera di Wilcock testimonia il fallimento di questa possibilità: forse perché non esistono più grandi scrittori, ma soltanto scrittori mediocri, «costretti viziosamente a riprodurre gli esseri che già conoscono: il più delle volte degli esseri umani».

Non saprei dire se Wilcock soffrisse oppure – almeno un poco – godesse della propria marginalità. Di sicuro, buona parte delle testimonianze di chi lo conobbe personalmente ci restituisce l’immagine di un uomo animato nel profondo da una sorta di cupio dissolvi. È ancora Vassalli a raccontare, per esempio, che, durante un loro incontro, lo scrittore se ne uscì con una definizione lapidaria: «L’amore e l’amicizia vanno e vengono; il solo sentimento durevole è l’odio. Se qualcuno ti odia non sei mai solo». C’è tutta la cupa grandezza di Wilcock, in questa frase, e anche i suoi limiti. Forse non è un caso che, nel Vangelo di Pasolini, egli avesse interpretato la parte di Caifa, l’Antagonista per eccellenza. Può darsi che sia soltanto una suggestione letteraria, ma credo che in qualche modo Wilcock si divertisse a essere odiato, messo ai margini, disprezzato. Soltanto qualcuno che cerca il disprezzo altrui (dei suoi ex-amici Morante e Moravia, per esempio) poteva accettare di collaborare alla pagina culturale di un quotidiano ultraconservatore come Il Tempo, oltretutto diretta all’epoca da Fausto Gianfranceschi, neofascista conclamato. Soltanto qualcuno che vuole ostinatamente stare ai margini poteva scegliere di autosegregarsi nella campagna laziale, in un casale di contadini, con la sola compagnia del proprio bestiario e di qualche occasionale amico, come il solito Pecora («Ci restai sette mesi. Era un posto delizioso, pieno di rose»). 

Il 16 marzo 1978 Wilcock moriva, a soli 58 anni, in quel di Lubriano, nel viterbese. Per una coincidenza beffarda e al tempo stesso drammatica, che pare ancora una volta uscita da uno dei suoi libri, era lo stesso giorno del rapimento di Aldo Moro. A parte Gianfranceschi su Il Tempo, quasi nessuno, ovviamente, prestò attenzione alla sua morte. Wilcock aveva scritto: «Felici furono Kafka, Lewis Carrol, Joyce: brevi tratti di vita occidentale dedicati, fra una vita e una morte quasi contemporanee, al sorriso e al divertimento generosi». Si può dire che il destino lo abbia esaudito.

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Percorrere il mondo

Vivere è percorrere il mondo

attraversando ponti di fumo,

quando si è giunti dall’altra parte,

che importa se i ponti precipitano.

Per arrivare in qualche luogo

bisogna trovare un passaggio

 e non fa niente se sei sceso dalla vettura,

si scopre che questo era solo un miraggio.

Juan Rodolfo Wilcock

31.03.16 - 1 (4)

Psicoterapia?

 Che cosa cambierei della psicoterapia?  Nel mondo della psicoterapia ci sono tanti cialtroni che si improvvisano e fanno un gran male, soprattutto alle persone che pensano che la psicoterapia sia un modo per cambiar la testa ai pazienti. Questo è il delitto più grosso ed anche il pericolo. Io vedo anche persone che sono totalmente in balìa di quel che dice uno psicoterapeuta e questo è un potere che uno psicoterapeuta non può e non deve avere.

arimg (3)Paolo Crepet

Tratto dal sito psicolinea.it, online dal 2001

Osho, chi era costui ?

«Se ami una persona e cerchi di possederla, non la ami. Non sei neanche certo che la persona ami te. Ecco perché crei tutte quelle misure di sicurezza, la circondi di trucchi e furbizie di ogni genere, proprio perché così non potrà lasciarti. Ma così uccidi l’amore. L’amore è libertà, l’amore dà libertà, l’amore vive nella libertà. L’amore è, nel suo nucleo più essenziale, libertà».

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Hillman, erede di Jung

La psicologia archetipica di James Hillman, una terapia per la civiltà

Il grande cuoco non è necessariamente chi ti fa gustare una cosa squisita: con gli ingredienti e i fornelli di oggi questo è diventato relativamente facile. Il vero maestro è chi ti spiega cos’è la buona cucina in un libro o in una conferenza, lasciandoti ancor più convinto che se l’avessi assaggiata. Anche nella musica potrà passare alla storia soprattutto chi te l’ha fatta capire col racconto, senza farti sentire una nota. Cosa c’entra questo con Psicologia alchemica, il testo di James Hillman apparso ora da Adelphi? È quasi la stessa cosa: questo libro farà fare al lettore il più grande viaggio fra i colori della sua vita attraversando 442 pagine rigorosamente in bianco e nero, senza nessuna illustrazione. 

Hillman è stato a volte chiamato il più grande psicologo dei nostri tempi: ma è soprattutto un grande narratore. Sono sempre necessarie delle immagini per raccontare le immagini? Quello che noi chiamiamo “vedere”, ci dicono le neuroscienze, non è un fenomeno esterno, appartenente agli oggetti che osserviamo: è costituito da una serie di riflessi che si producono dentro di noi. Hillman porta questa verità al suo estremo: ci fa vedere i colori usando soltanto il racconto.

In un mondo di riproduzioni industriali tecnicamente perfette è un “miracolo” di cui abbiamo bisogno per continuare a considerarci uomini che usano la propria mente. Le immagini oggi sono perfette, si trasmettono sugli schemi attraverso il globo, a costi ridicoli e a velocità supersoniche: ma sono ormai tutte “là fuori”. La nostra fantasia, la creatività interiore che chiamiamo immaginazione, anzi, tutta quella entità che gli antichi greci chiamavano psiche, si inaridisce e muore per mancanza di esercizio. Il coro dell’Antigone ha descritto per sempre l’essenza dell’uomo senza mostrare un uomo. Hillman, a differenza di Sofocle, è anacronistico nel mondo della riproducibilità tecnica illimitata. Ma compirà il miracolo: costringere molti a comprare un libro per capire i colori attraverso pagine che non ne contengono.

Una delle poche notizie biografiche che James Hillman raccontava volentieri era: “Nato nel 1926 ad Atlantic City, in una stanza d’albergo”. Non era un pettegolezzo buttato a caso, ma un emblema. La città sull’Atlantico, che ne prende il nome, calzava a pennello con la sua nascita: era cittadino dell’Occidente, di qualunque sponda atlantica. Si trovava a suo agio nella classicità greco-romana e nel Rinascimento toscano come nella ipermodernità di New York o del Texas.

Come per Ulisse, per James Hillman contava poco la residenza fissa. È sempre stato alla ricerca. Non ha viaggiato per vivere, ha vissuto per viaggiare, tanto fra le forme di conoscenza che fra i continenti. Come Ulisse, era spinto da curiosità personali. Ma sapeva raccontare quello che aveva trovato in modo da far sentire che riguardava tutti.

Chi era? Che professione esercitava? Come voleva esser chiamato? Hillman è stato, prima di tutto e in senso molto ampio, un autore. Ma pensare  alla sua identità lascia ancora incerti. Ricordo la sorpresa (sua e  di noi ascoltatori) quando ad una conferenza stampa gli chiesero come si definiva. Perché esitava a rispondere? Si trovava in Italia per il suo settantesimo compleanno: a quell’età doveva aver avuto tempo di pensarci. Si passò la mano sulla fronte e sugli occhi, con un gesto lento, schivo, molto suo, raccogliendo nel palmo il passato: “Quello che mi viene in mente, rispose, è solo un termine tedesco, per giunta un po’ antiquato: Kulturkritiker. Forse in italiano si può tradurre semplicemente critico della cultura: qualcosa che comprende l’analisi psicologica, sociale, storica, ma non coincide con nessuna di esse”.

Queste parole che sembrano appartenere al passato sono probabilmente qualcosa che lo descriverà anche nel futuro: Hillman non è stato tanto un terapeuta che aiuta pazienti i quali si interrogano su se stessi, quanto una quintessenza di cultura euro-americana che aiuta tutto l’Occidente a capirsi.
Richiederà molto tempo valutare chi come lui non ha vissuto solo a cavallo di due continenti, ma anche di due secoli, di diverse culture e generazioni. Il primo, monumentale volume della biografia hillmaniana scritta da Dick Russel è uscito in questi giorni e saranno necessari anni prima che sia pronto il secondo. Ma si può già chiaramente dire quale, fra le diverse personalità che gli sono state assegnate, è destinata a sopravvivere.

In una pubblicazione del 1998 (Post-Jungians Today, a cura di Ann Casement, ed. Routledge), il filosofo australiano David Tacey attribuiva a Hillman quattro identità, quasi fossero reincarnazioni successive: la prima, analista junghiano; la seconda, fondatore della psicologia archetipica; la terza, ecopsicologo, la quarta autore pop. Dietro a queste etichette sta una realtà più lineare. Hillman ha studiato negli anni ’50 e ’60 allo Jung Institut di Zurigo. Ha potuto ancora incontrare Jung ed è diventato direttore didattico dell’Istituto. Ha poi fondato la psicologia archetipica (seconda fase), ma senza mai rinnegare il maestro. Con la fine degli anni ’80 ha riportato all’attualità una riflessione centrale sia al pensiero di Freud che a quello di Jung, ma gradualmente dimenticata nella seconda metà del Secolo XX: quella clinica è solo una, e forse neppure la più importante, fra le applicazioni della psicoanalisi. Essa è (come in qualche occasione ho avuto modo di dire), non un particolare contenuto, ma uno dei grandi contenitori della modernità: una delle rivoluzioni che l’hanno sconvolta dalle radici. Anzi, quella che l’ha riformulata proprio partendo da ciò che non si vede, da quelle radici del pensiero che la psicoanalisi ha chiamato “inconscio”.

Hillman ha riformulato il problema nel seguente modo. Gli psicoanalisti si guardano allo specchio e aiutano i pazienti a farlo: ma è tempo che gettino lo sguardo attraverso le finestre (la sua terza fase, che non è stata solo “ecopsicologia”, ma osservazione ampia del mondo esterno dopo di quello interiore). Nella sua vita concreta questa trasformazione di interessi coincise con la coraggiosa decisione di rinunciare ai pazienti, vivendo solo dei proventi di conferenze e libri. Da quel momento, alcuni dei suoi testi ebbero più diffusione di prima. Venne anche invitato a trasmissioni televisive: ma, come tutti possono constatare prendendo in mano Psicologa alchemica, la sua produzione rimase assolutamente colta e senza concessioni commerciali (certo non “pop”).

La morte di Jung aveva lasciato, come accade ai grandi, più di una eredità. Da una parte le idee sulla formazione dei simboli nella psiche e lo studio della sua evoluzione individuale. Dall’altra (quella scelta da Hillman), l’intuizione che esista una psiche inconscia universale. Miti e divinità possono essere straordinariamente simili in popoli ed epoche ben diversi: devono dunque essere nati da questo comune inconscio collettivo. La prima eredità conduce alla via della clinica. La seconda porta agli archetipi, forme del pensiero ereditarie, non apprese ma sempre presenti nell’inconscio: conduce a una riflessione filosofica e culturale, coraggiosa perché non porta ad applicazioni immediate, mentre si sovrappone con altri campi del sapere (antropologia, storiografia, storia delle religioni ecc.) causando diffidenze e rivalità. Questa però, se regge alla prova del tempo, ha un risultato indiretto ancora più importante: diviene terapia della civiltà, critica dei mali del mondo e del tempo in cui viviamo. Hillman la imboccò senza esitazioni. Fondando la “psicologia archetipica” riscoprì e applicò a quelli che Freud aveva chiamato “disagi della (o: nella) civiltà” l’antica idea di anima mundi. Durante una intervista che gli feci nove anni fa, arrivammo alla conclusione che, senza esserne del tutto consapevole, aveva proposto proprio quello di cui la nostra frenetica post-modernità ha più bisogno.

Tutto intorno cambia: la rivoluzione delle comunicazioni (telefonia mobile, internet), quella demografica (crescita esponenziale degli anziani e delle migrazioni), e così via. Se è vero che ormai ogni generazione, quasi ogni decennio porta più sconvolgimenti di quanti prima ne portasse un secolo, l’aumento di depressioni, ansie, nevrosi, più ancora che a patologie singole è dovuto a un generale e permanente senso di instabilità. Ma si può curare solo con terapie individuali quello che è così visibilmente uno squilibrio generale? Sapere dalla “psicologia archetipica” di Hillman che la stabilità degli archetipi non appartiene solo alla psiche individuale, ma all’anima del mondo, ha contribuito a rifondare lo studio delle trasformazioni profonde della nostra cultura. Contemporaneamente ci ha rassicurato narrando che essa è ancorata a fattori immutabili, di cui avevamo disperato bisogno.

Luigi Zoja, ilmanifesto della domenica

Il coraggio ?

Per fronteggiare «la più grande urgenza sociale odierna» un «ipotetico inventario» di alcune declinazioni del coraggio in vari ambiti dell’esperienza umana (il coraggio di educare, di dire no, di ricominciare, di avere paura, di scrivere, di immaginare, di creare…)

Un tempo il coraggio – nella sua accezione di ardimento fisico – era solo opera dell’umano, poi le macchine se ne sono impossessate: non più il guerriero armato delle sue proprie mani, ma di mitragliatrici, carri armati, lanciafiamme, cacciabombardieri. Un po’ come accade ora con la tecnologia: fino a trent’anni fa occorreva pronunciarsi, scrivere, telefonare, dunque esporsi. Oggi si può comunicare, anzi si è indotti a farlo, senza un’interfaccia umana, dunque senza rischio, senza paura di compromettersi. E le umane virtù vengono delegate a ciò che umano non è. Così, anche il coraggio e la forza d’animo che vi è intrinsecamente connaturata stanno diventando sempre più un’astrazione virtuale, svuotata di senso, per uomini e donne che vagano senza bussola, giovani accecati dal presente e vecchi incartapecoriti nel ricordo. Per fronteggiare «la più grande urgenza sociale odierna», Paolo Crepet propone a genitori, educatori e, in particolare, a quei «nativi digitali» che si accingono a esplorare la propria esistenza in una società ipertecnologica un «ipotetico inventario» di alcune declinazioni del coraggio in vari ambiti dell’esperienza umana (il coraggio di educare, di dire no, di ricominciare, di avere paura, di scrivere, di immaginare, di creare…). Un inventario concepito come un’associazione di idee, un ‘brain-storming’, un esercizio utile per stimolare adulti e non ancora adulti a ritrovare la forza della sfacciataggine e la capacità di resistenza che la vita ogni giorno ci chiede. Ma in queste pagine Crepet parla soprattutto di un’altra e più ambiziosa forma di coraggio. Quella che dobbiamo inventarci per creare un nuovo mondo, se non vogliamo che siano altri a inventarlo per noi; quella che i giovani devono riscoprire per non ritrovarsi tristi e rassegnati a non credere più nei loro sogni; quella che tutti devono scovare in se stessi per iniziare un rinascimento ideale ed etico. Perché, alla fine, il coraggio è la magica opportunità che permette di capire il presente e di costruire il futuro.9788804681861_0_0_300_75