Marcello Mastroianni

marcello_mastroianni_wikipedia_2018

È stato uno dei più grandi attori del cinema italiano. Ha interpretato più di cento film e ricevuto numerosi riconoscimenti, in Italia e all’estero. È stato comico e drammatico e con la Dolce Vita è diventato un icona dello stile italiano nel mondo.

Marcello Mastroianni. A lui è dedicata una mostra in corso all’Ara Pacis, a Roma, che attraverso la sua filmografia racconta la sua storia, ma anche in qualche modo la storia del nostro Paese.

I suoi ricordi sono stati raccolti da Anna Maria Tatò, regista e sua compagna per venti anni nel film “Mi ricordo, sì, io mi ricordo” (1997).

 

Così è stata presentata l’intervista  di Geo alla regista e discreta compagna di Mastroianni, cogliendo di sorpresa molti spettatori.

In realtà, la ventennale relazione con la Tatò è la testimonianza di un amore devoto e profondo, lontano dalla ribalta dei mass media, secondo il carattere umbratile dei due protagonisti e non fa meraviglia constatare che ancora ci sono uomini e donne intelligenti e garbati, i quali cercano di vivere gelosamente la propria intimità.

Una lezione alla sfacciataggine della odierna società, involgarita da rapporti strillati e fasulli, privi di qualsiasi mancanza di senso del pudore e di elementare dignità.

E’ vero Marcello Mastroianni non era timido, ma riservato, elegante e felpato, mai intrusivo e invadente e neppure narciso.

Nella conversazione rievocata nella mostra, c’è un divertente e ironico accenno alla sua classificazione come latin lover dell’attore romano:  un’etichetta che ha dovuto portarsi appresso anche in età matura fino alla fine dei suoi giorni.

Ma tant’è.

In un mondo fondato su paradigmi e superstizioni, massificato dalla inciviltà delle immagini, che cosa ci si poteva aspettare se non un ulteriore dimostrazione conformismo ? 

***

https://www.ilsussidiario.net/news/cinema-televisione-e-media/2018/6/29/anna-maria-tato-e-l-amore-con-marcello-mastroianni-se-ne-e-andato-con-le-sue-mani-intrecciate-alle-mie/828070/

Annunci

Rainer Maria Rilke

al-vento1

“Ai sospiri dell’amata”

“Ai sospiri dell’amata
la notte intera si innalza;
una carezza leggera
percorre il cielo stupito.
E allora è come se nell’universo
una forza elementare
ridiventasse la madre
di tutto l’amore smarrito.”

Rainer Maria Rilke

Cougar e dintorni

 Le cougar sono una realtà e non si fa altro che prendere atto di una tendenza, che è è andata sempre più diffondendosi.

Inutile scandalizzarsi e tirare i ballo uomini dello stesso tipo delle cougar. Si sa che il fenomeno è trasversale (forse anche i gay ne sono testimonianza), ma perché buttarla in lotta di generi? Guardiamo in faccia la realtà, che è quella descritta da Bauman nella sua ‘Società liquida’. Aggiungerei solo una considerazione: è penoso vedere i peggiori modelli maschili, più o meno tardivamente, imitati da alcune categorie di donne.

E’ deprimente constatare come la rivoluzione femminista sia giunta a questi non proprio brillanti risultati: considerare i sessi come toys, banalizzando l’eros e rendendolo un prodotto da consumare come la coca-cola. Io ammiro le antiche tribù indiane del Nord Europa, le quali erano riuscite a creare comunità armoniose tra uomini e donne, fondandole addirittura su un saggio matriarcato, prima di essere spazzate via dalla modernità e dal progresso dei civilizzatori occidentali, gli stessi di oggi, inesorabilmente votati alla globalizzazione e all’unico gender.

pante

Meccanismi di controllo nelle relazioni

emot

1. Esercitare il controllo attraverso il senso di colpa

Costituisce uno dei meccanismi di controllo più comuni e dannosi.Genera linee di pensiero o idee che portano la vittima a sentirsi colpevole senza un motivo reale. Avviene in tutte le relazioni, ma soprattutto in quelle di coppia e tra genitori e figli.

Un tipico esempio è dato dalla persona che dice: “guarda tutto quello che ho fatto per te”. È probabile che questo individuo registri tutte le azioni svolte a beneficio dell’altro. E poi, per ognuna, ne chiede il pagamento. Si trasforma in vittima per far sentire l’altro colpevole.Molte volte ci riesce e ottiene il controllo della relazione.

2. Codipendenza emotiva

Spesso viene confusa con un affetto profondo, ma in realtà si tratta di un meccanismo nascosto e dannoso. La parola chiave della codipendenza emotiva è “necessità”. Consiste in una serie di comportamenti che fanno sentire l’altro indispensabile, quasi vitale.Non a caso, una delle frasi tipiche in questi casi è: “non posso vivere senza di te”.

Contemporaneamente, tale meccanismo comprende il messaggio contrario: “hai bisogno di me”. Così, si pongono in atto diversi atteggiamenti per evitare che il partner faccia ciò che è in grado di fare. Il manipolatore offre il suo aiuto e sostegno continuo, anche quando non viene richiesto. Diventa indispensabile in ogni situazione.

3. Offrire e negare affetto

In questo caso si può parlare di manipolazione emotiva. L’amore viene dato quando l’altro si comporta come desidera il manipolatore. Viceversa, quando questi non è soddisfatto o le decisioni del partner si scontrano con le sue esigenze, l’affetto viene negato.

Considerato un vero e proprio ricatto affettivo, non sempre è facile da individuare. Chi lo pratica esige obbedienza, affermando che è per il bene dell’altro. Oppure è convinto che dare e negare amore crei limiti positivi per la relazione.

4. Il raggiungimento di un obiettivo comune

Frequente nelle relazioni di coppia e tra genitori e figli. In questo caso, una delle parti “vende” all’altra la propria meta nella vita. Così, un obiettivo individuale diventa una meta condivisa. Anche quando l’altro non ne è pienamente convinto.

Si trasforma in una vera e propria spada di Damocle. Il promotore della scelta manifesta apertamente la sua delusione nei confronti dell’altroquando questi non agisce per raggiungere la meta comune. Questa può essere di tipo economico, avere dei figli, realizzare un sogno…

Condividere mete comuni

5. L’incesto emotivo

È uno dei meccanismi di controllo più frequente in famiglia. Avviene soprattutto tra la madre o il padre e il figlio. Il genitore, o figura di controllo, fa sentire al figlio di essere tutto per lui. Insieme formano un “fronte unito contro il mondo esterno”.

Di conseguenza, si capovolgono i ruoli: i figli diventano quasi dei genitori. Sono loro che aiutano, orientano e supportano il padre o la madre. A volte devono prendere decisioni o assumersi responsabilità che non gli appartengono. Imparano a dare molto, ma non si aspettano niente in cambio. Inoltre, fanno fatica a sviluppare il senso di individualità.

Tutti questi meccanismi di controllo nascosti sono presenti nelle relazioni umane. Nascono dall’insicurezza o dalla frustrazione e creano un circolo vizioso. È importante combatterli in quanto dannosi per entrambi i componenti della relazione e impediscono lo sviluppo individuale.

 

lamenteemeravigliosa.it

INVIDIA

CHE COSA È L’INVIDIA?

L’invidia fa parte, insieme all’ira, l’accidia, la superbia, la gola, la lussuria e l’avarizia, dei 7 vizi capitali. L’etimologia del termine contiene la radice visiva “videre” (vedere, guardare, osservare) preceduta dalla particella negativa “in”, a formare la parola “invidere” o invidiare dunque “guardare male”, anche nel senso di gettare mal-occhio sulla persona oggetto di invidia. È un sentimento che induce, in chi lo prova, una spinta distruttiva verso “i beni altrui”, associata al rammarico di non poterne godere e San Tommaso la definisce proprio come una forma di “tristezza per i beni altrui”.

L’invidia ha dunque a che fare con il rammarico per la felicità e la prosperità altrui ed in essa è insito il desiderio di sottrarre ed appropriarsi dei beni dell’altro per goderne al suo posto, o che l’altro invidiato perda tali beni (intesi in senso non solamente materiale ma anche in riferimento agli obiettivi raggiunti, alle soddisfazioni o ai riconoscimenti ottenuti) al fine di “pareggiare il punteggio”, poiché il successo altrui viene vissuto come un’offesa, un affronto al proprio senso di autostima e di identità.

In tale situazione dunque, privare l’altro dei suoi beni e della sua soddisfazione si profila come una soluzione possibile per donare sollievo alla propria sofferenza. Sofferenza che affonda le radici in un profondo senso di ingiustizia e disvalore personale. Tra le diverse definizioni che ho letto dell’invidia, trovo particolarmente complete ed interessanti quella di Kierkegaard, che la descrive come una forma di segreta e dolorosa ammirazione: «L’invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi (rinunciando al proprio orgoglio), sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira…L’ammirazione è una felice perdita di sé, l’invidia un’infelice affermazione di sé.” e quella di Nietzsche, che la definisce come ilfrutto di una distorta versione di una morale eccessivamente intrisa di umiltà e senso della rinuncia, in nome di un ugualitarismo che vuole a tutti i costi rendere uguali, pareggiando (dunque abbassando) anche talenti e meriti:

«Dove realmente l’uguaglianza è penetrata ed è durevolmente fondata, nasce quell’inclinazione, considerata in complesso immorale, che nello stato di natura sarebbe difficilmente comprensibile: l’invidia. L’invidioso, quando avverte ogni innalzamento sociale di un altro al di sopra della misura comune, lo vuole riabbassare fino ad essa. Esso pretende che quell’uguaglianza che l’uomo riconosce, venga poi anche riconosciuta dalla natura e dal caso. E per ciò si adira che agli uguali le cose non vadano in modo uguale.”

 

Quando si prova invidia verso qualcuno, dentro di noi scattano sentimenti complessi come il senso di ingiustizia, di tristezza e disvalore per non aver ottenuto altrettanto, oppure una rabbia distruttiva finalizzata a distruggere o sminuire l’altro. Può nascere anche un sano senso di ammirazione, emulazione e competizione.

Di fatto possiamo dire che esistono due modi di essere invidiosi: una modalità costruttiva o positiva, ed una distruttiva o negativa. Nel primo caso (che a mio avviso non è propriamente definibile come invidia), possiamo usare la molla dell’invidia per comprendere cosa davvero conta per noi e cosa possiamo fare per realizzarci ed ottenere ciò che invidiamo nell’altro.

Come dire: “se lo ha fatto l’altro, allora posso farlo anche io!”. Nel secondo caso invece, prevale l’aspetto negativo relativo al senso di inferiorità, frustrazione, impotenza, odio e rabbia verso l’altro, e conseguente desiderio di pareggiare i conti attraverso la sottrazione del bene altrui, che spinge a voler “rovinare la festa” all’altro, o a rimuginare sulle presunte ragioni che hanno favorito il suo successo e sfavorito il proprio: “se io non lo posso fare/avere allora neanche l’altro deve farlo/averlo”.

L’INVIDIA E’ CORRELATA ALLA SICUREZZA IN SE STESSI 

Il sentimento dell’invidia ha a che fare con la percezione del proprio valore e dei propri meriti. Le persone invidiose spesso sono insicure, dubitano delle proprie capacità dunque non osano “desiderare” veramente il successo e la felicità, come se in fondo pensassero di non meritarli, o di non saperli raggiungere. Altre volte si tratta di persone eccessivamente votate a rigidi codici morali e di perfezione, che impediscono loro di agire più liberamente ed in armonia con le loro reali attitudini e desideri, per ottenere ciò che vogliono. In tal caso accade che, osservando nell’altro una “libertà di azione” che loro stesse non si concedono, arrivino a provare un profondo senso di ingiustizia associato alla spinta a “punire” l’altro che ha osato sfidare certi codici e certe regole. 

DAVVERO L’INVIDIA È DONNA?

A quanto pare, si tratta di uno stereotipo ormai superato; l’invidia è un sentimento che appartiene a uomini e donne ma si può manifestare con modalità differenti. Le ricerche ci dicono che l’invidia è un sentimento che si manifesta maggiormente tra pari; ciò significa che si sviluppa tra persone che hanno qualcosa in comune: ad esempio status sociale, professione, caratteristiche fisiche o appartenenza di genere. Dunque gli uomini non sono affatto immuni dal provare questo ambivalente sentimento, che li porta spesso a sviluppare un atteggiamento competitivo finalizzato a raggiungere altrettanti successi dell’altro invidiato, anche attraverso comportamenti scorretti e la svalutazione dei meriti altrui. Gli atteggiamenti invidiosi tipicamente femminili sono, più che la competizione, la malevolenza, il boicottaggio e la maldicenza atti a “distruggere” l’altro e i suoi beni (materiali e non). Ma le generalizzazioni sono sempre limitanti.

Uno studio condotto dalla Società Internazionale di Psicanalisi su 1.300 casi tra uomini e donne di età compresa tra i 25 ed i 50 anni, ha mostrato che nel 78% dei casi osservati sono gli uomini a vivere questo spiacevole sentimento, contro il 43% delle donne; gli uomini sarebbero però in grado di “dissimulare” meglio la loro invidia rispetto alle donne, che si mostrano invece più dirette nel manifestarla e nel parlarne.

Molto interessante è anche uno studio condotto dall’Università di Padova (D’Urso, V., et.al., Invidia e genere. Una ricerca empirica sull’intensità dell’invidia e sulle modalità di coping, Psychofenia , XII, 20/2009), che documenta come l’intensità dell’invidia s sia maggiore verso persone percepite e considerate come simili, dunque anche e soprattutto verso persone dello stesso genere. E’ intuitivo immaginare che in tal caso, il paragone con persone che sentiamo affini per alcune caratteristiche, sia più frequente e in grado di stimolare di più sentimenti di competizione ed invidia.

L’INVIDIA NEI LUOGHI DI LAVORO

La competizione è un meccanismo assolutamente normale in natura. In sé è utile e può essere costruttiva perchè permette di migliorarsi e migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, una competizione è sana se presuppone il rispetto dell’altro, delle regole sociali, dei talenti e delle capacità di ognuno e non si basa sulla volontà di svalutazione, privazione e distruzione dell’altro. altrimenti diventa nociva e controproducente. Inoltre ricordiamo che primeggiare non sempre è indice di quelle capacità e qualità umane che vanno a costituire il profondo valore personale di ognuno di noi. Guai a confondere il proprio valore umano con lo status sociale, professionale o economico o ancora, con la bellezza fisica.

RICOPRIRE TANTI RUOLI O FARE TROPPE COSE PUO’ PREDISPORRE ALL’INVIDIA

Credo che esista una correlazione indiretta tra l’essere multitasking, fare mille cose (o cercare di farle…) ed il provare invidia: infatti, “più cose faccio dunque su tanti più fronti mi impegno, tanto più sensibile posso essere al successo che altri raggiungono in tali cose, o semplicemente nel riuscire a farle tutte sufficientemente bene, o meglio di me”. Essere multitasking ci porta a voler fornire prestazioni e a competere su più livelli contemporaneamente e, a mio avviso, può far precipitare un latente senso di inadeguatezza ed esasperare il senso di competizione, cui fanno da contraltare il timore del fallimento e l’invidia per il successo altrui.

L’INVIDIA TRA LE MAMME E LA CAPACITA’ DI ACCETTARE LE PROPRIE IMPERFEZIONI

In una società che spinge alla perfezione e alla competizione sfrenata, il senso del limite diventa sempre più vago e indefinito. Piuttosto, il limite esiste unicamente in quanto elemento da superare e tutto – oggetti, status e comportamenti – assume il ruolo di dimostrazione del proprio potere, successo e forza (anche economica e sociale). In un contesto del genere è estremamente difficile accettare ed accogliere le proprie ed altrui imperfezioni, che diventano motivo di vergogna e scherno il più delle volte. Dunque, la competizione si estende  spesso anche ai figli: alla loro vita, alle loro attività, alle prestazioni che forniscono, a quanto sono più o meno bravi a scuola o nello sport, in quanto questi vengono percepiti dai genitori come una sorta di “estensione dell’ego” dei genitori stessi: questo fenomeno è particolarmente evidente o nel microcosmo del contesto scolastico e delle “amicizie di famiglia”.

PERCHÉ CI VERGOGNIAMO DI ESSERE INVIDIOSI

La vergogna è un’emozione che compare quando si contravviene alle regole sociali o si fa qualcosa considerato “deplorevole”. Poiché dunque l’invidia, seppure è un sentimento comune e naturale, quando considerata nella sua accezione distruttiva e negativa non viene certo considerata un sentimento nobile, va da sé che provarla  sia considerato un fatto deplorevole. Sebbene invece possa rappresentare, quando resa consapevole, accolta e ben gestita, una spinta motivazionale utile

QUANDO L’INVIDIA DIVENTA PATOLOGICA

L’invidia diventa patologica quando rappresenta la modalità prevalente o la sola modalità attraverso la quale si guarda ai successi e ai beni dell’altro e ci si misura agli altri. E’ patologica quando affonda le radici nel senso di inadeguatezza ed incapacità, se si fonda sulla convinzione di essere innocenti vittime delle continue ingiustizie della vita, quando viene utilizzata insomma per distruggere l’altro, per giustificare i propri insuccessi, volendo rendere tutti forzatamente uguali e fornire un’illusoria sensazione di valore personale. Un valore personale che non deriva dalla contezza di ciò che si è e di ciò che si desidera veramente, ma dal sentirsi meglio attraverso la svalutazione dell’altro.

Manifestazioni di invidia possono essere l’odio e il rancore, il boicottaggio e la svalutazione dell’altro, l’appropriazione dei suoi beni o dei suoi meriti, il pettegolezzo volto a distruggerne l’immagine o i meriti ecc.

 

DIFENDERSI DALLE PERSONE INVIDIOSE

Se non vogliamo esporci ulteriormente a questo sentimento già sufficientemente diffuso,  non dobbiamo prima di tutto di vantarci dei nostri successi e dei beni che abbiamo con chi magari non ne ha o ha avuto problemi e difficoltà.

Inoltre, occorre capire chi davvero è capace di gioire insieme a noi e per noi, perché sono queste le persone con le quali condividere serenamente ciò che abbiamo.

A costo di fare della demagogia, voglio sottolineare quanto sia importante rispettare ed incoraggiare anche gli altri a raggiungere i loro obiettivi anche per evitare le forme tossiche di invidia.

TRASFORMARE L’INVIDIA E VIVERE MEGLIO

L’essere umano ha la capacità di rendersi consapevole dei propri sentimenti e delle proprie emozioni ed è in grado di commisurare i propri stati d’animo al contesto in cui si trova e alle proprie aspettative.

Questa abilità ci permette di volgere anche l’invidia a nostro favore: essa infatti ci può indicare ciò che vorremmo essere o ciò che desideriamo ottenere attraverso il sentire una differenza che inizialmente può essere dolorosa, ma che possiamo trasformare in emulazione, ammirazione e motivazione a muoverci ed agire per realizzare i nostri desideri. Condividere le gioie altrui è molto più piacevole e costruttivo dell’odiarle perché dona benessere e ci permette di avvicinarci di più al loro raggiungimento, godendone anche indirettamente. Se invece ciò che invidiamo è davvero fuori dalla nostra portata, allora tanto vale lasciar andare serenamente questo sentimento, poiché coltivarlo nel cuore attraverso pensieri di ingiustizia e di rabbia, non farebbe che inquinare inutilmente il nostro animo. trasmutare l’invidia in forme di competizione costruttiva, di compensazione (valorizzando i nostri talenti, ciò che amiamo della nostra vita e le capacità che ci caratterizzano) e di distrazione, che ci permetta di non concentrarci esclusivamente su questo sentimento, attraverso attività piacevoli e gratificanti.

manip

Manipolazione

I meccanismi di controllo sono strategie impiegate per manipolare il comportamento altrui. Il loro obiettivo è esercitare potere e dominio. Un vero e proprio attentato all’autonomia individuale.

A volte i meccanismi di controllo sono evidenti e manifesti. Ad esempio quando una persona si impone sull’altra in maniera diretta. Ma quando invece rimangono nascosti, spesso la vittima non li nota.

In questo ultimo caso, la vittima si trova avvolta in una ragnatela. Non è cosciente di ciò che sta succedendo. Per questo è molto importante imparare a riconoscerli ed evitarli. Possiamo distinguere cinque diversi meccanismi di controllo che spesso intervengono nelle relazioni.

download (4)

lamenteemeravigliosa.it

Camuffamenti

modigliani_ritratto_picasso_19151

” Come difendersi dalla crudeltà camuffata ”

Nel nostro quotidiano non sempre ci relazioniamo con persone crudeli come quella appena descritta. Tuttavia, siamo vittime di altri tipi di interazioni: quelle della falsa bontà, dell’aggressività celata, della manipolazione, dell’egoismo sottile, dell’ironia più nociva, etc.

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla”
-Albert Einstein-

Questi comportamenti possono essere il risultato di diversi fattori. Carenza di intelligenza emotiva, un ambiente poco affettuoso nel quale è cresciuta la persona e, perché no, un deficit di ossitocina. Tutto ciò, forse, può determinare un’aggressività più o meno celata. In qualunque caso, non possiamo dimenticare che con aggressività non ci riferiamo solo agli abusi fisici.

L’aggressione emotiva, quella strumentale o quella verbale infliggono ferite meno visibili, ma più frequenti e bisogna difendersi da esse. Vi spieghiamo come.
donna-con-colomba-bianca-sulla-schiena
Persone crudeli: saper riconoscerle ed evitarle
Tutti possono essere vittima delle persone crudeli. Non importa l’età, lo status o le nostre esperienze previe. Questi profili sono presenti a livello familiare, lavorativo o in qualsiasi altro scenario. Tuttavia, possiamo identificarli in diversi modi.

La persona dal cuore tenebroso ci conquisterà con la menzogna.

Si vestirà di belle parole e nobili azioni, ma poco a poco utilizzerà il ricatto. In seguito, la paura, la colpa e la violenza mentale.

Dinanzi a questi meccanismi, vi è solo un’opzione: non tollerare.

Non importa se si tratta di nostra sorella, il nostro partner o un collega di lavoro. 
Chi perturba la nostra anima ed il nostro equilibrio vuole solo una cosa: spegnere la nostra autostima per avere il controllo su di noi.

Avremo la chiara sensazione che non c’è via d’uscita, che siamo sotto le loro grinfie. Tuttavia, bisogna ricordare che è più potente chi è padrone di sé. Bisogna rompere con forza il gioco del controllo e dell’aggressività.

I giochi di controllo e dell’aggressività celata sono molto intricati.

Ad ogni modo, è necessario agire con rapidità smontando le trappole e reagendo dinanzi alle minacce velate.

Nel momento in cui proviamo malessere o inquietudine verso certi comportamenti, vi è un’unica opzione: la distanza.

Risultati immagini per D. H. Lawrence

La nostra civiltà e la nostra educazione si riducono a questo: educare le masse a incentrare tutta la loro vita sulla possibilità di spendere denaro, e poi il denaro sparisce… Ed è il solo modo per risolvere il problema industriale: educare la gente a vivere e a vivere nella bellezza, senza bisogno di spendere…. I soldi ti avvelenano quando li hai, e ti fanno morire di fame quando non li hai…‘.

D.H. Lawrence